Repubblica Democratica del Congo: I ribelli sono stati reclutati per schiacciare le proteste.

Congo

(Bruxelles) – Gli alti ufficiali delle forze di sicurezza nella  Repubblica Democratica del Congo, hanno  mobilitato oltre 200 ex combattenti (ribelli) M23 dai paesi limitrofi,  per reprimere le proteste contro il presidente Joseph Kabila, nel dicembre 2016. L’ha spiegato Human Rights Watch, in un rapporto pubblicato oggi. 
Da allora, Kabila ha rafforzato la sua presa sul potere e ha rinviato le elezioni, sollevando la preoccupazione che le proteste pianificate, saranno ancora soppresse  con  violenze e repressioni.

Il rapporto di 69 pagine  Missione speciale: reclutamento di ribelli M23 per reprimere le proteste nella Repubblica Democratica del Congo ” documenta che, le forze di sicurezza congolesi insieme ai reclutati combattenti del M23 dell’Uganda e del Ruanda, hanno ucciso almeno 62 persone e ne hanno arrestate altre centinaia durante le proteste in tutto il paese, tra il 19 e il 22 dicembre, quando Kabila ha rifiutato di dimettersi al limite del suo mandato, come invece è imposto dalla costituzione. 
I combattenti del M23 pattugliavano le strade delle principali città del Congo, sparando o arrestando i manifestanti o chiunque altro fosse considerato una minaccia per il presidente.

“Operazioni segrete per reclutare combattenti da un gruppo armato abusivo, per sopprimere qualsiasi resistenza,  mostrano quanto siano convinti,  il presidente Kabila e la sua confraternita di rimanere al potere”, ha detto Ida Sawyer, direttore dell’Africa centrale di Human Rights Watch e uno degli autori del rapporto, aggiungendo anche: “I funzionari congolesi dovrebbero porre fine a ogni uso illegale della forza contro i manifestanti e consentire attività politiche pacifiche da parte degli attivisti e dell’opposizione politica”. 

I risultati si basano su oltre 120 interviste, incluse le vittime di abusi, i membri delle loro famiglie, i testimoni, gli attivisti locali, nove ufficiali della polizia di sicurezza congolese, diversi funzionari governativi e delle Nazioni Unite e diplomatici, oltre a ventuno combattenti M23, comandanti e capi politici. 
Human Rights Watch ha condotto una ricerca a Kinshasa, Goma e Lubumbashi in Congo, in Uganda, in Ruanda e a Bruxelles (Belgio) dal dicembre 2016 al novembre 2017.

Tra l’ottobre e l’inizio dicembre 2016, mentre la pressione pubblica su Kabila si stava intensificando, gli alti funzionari congolesi della sicurezza hanno reclutato combattenti del M23 da campi militari e profughi nei vicini Uganda e Ruanda. 

Leggi l’intero articolo, alla pagina https://www.hrw.org/news/2017/12/04/dr-congo-rebels-were-recruited-crush-protests

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Cambogia: la Corte Suprema scioglie la democrazia.

New York – La Corte Suprema, controllata dal governo della Cambogia, il 16 novembre 2017 ha sciolto il principale partito di opposizione e ha imposto divieti politici di cinque anni a centodiciotto dei suoi membri; Così ha spiegato oggi, Human Rights Watch.

Asia cambodia HRW

“Le azioni di Hun Sen per rimuovere il principale partito di opposizione e i suoi membri, sono una presa di potere nuda, acquisita annullando i voti delle votazioni precedenti e rendendo insignificanti le elezioni nazionali del prossimo anno”. Così si è espresso Brad Adams , direttore dell’Asia.
“Oggi la democrazia è morta in Cambogia ed è difficile ridarle vita fintanto che Hun Sen, al potere da trentadue anni, rimarrà in carica. Questo è un momento spartiacque che richiede una risposta internazionale forte e concreta. È tempo di agire, non di parlare”.

Leggi l’intero articolo alla pagina https://www.hrw.org/news/2017/11/17/cambodia-supreme-court-dissolves-democracy

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Repubblica Centrafricana: Civili vittime di violenze

Africa violence HRW

(Nairobi) – La violenza che minaccia i civili è aumentata negli ultimi mesi, nelle regioni centro-sud e sud-est della Repubblica Centrafricana. Per proteggere le persone a rischio, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbe rinnovare il mandato di UN Peacekeeping Mission prima del suo termine (15 novembre 2017) e approvare una richiesta del 18 ottobre, fatta al Segretario generale dell’ONU António Guterres, per l’invio di più truppe. Le forze di pace delle Nazioni Unite, in molti casi, sono state strumentali nel proteggere i civili; I 15 membri del Consiglio, dovrebbero dare alla missione di Peacekeeping (MINUSCA) delle risorse aggiuntive. L’ONU stessa, spiega la necessità primaria di proteggere i civili dagli attacchi, inclusi gli abusi sessuali.

“Nel 2017, la Repubblica Centrafricana, vanta un tasso di uccisioni tra i civili, in ogni settore, preoccupante; In fatti, in tutto il paese, i civili sono alla disperata ricerca di protezione”. Questo è quanto ha riportato Lewis Mudge, ricercatrice senior di Human Rights Watch per l’Africa. “Il Consiglio di sicurezza, dovrebbe dare alla missione, le risorse necessarie per proteggere i civili, compreso un numero di truppe sufficienti per rispondere alla recrudescenza della violenza sui civili e per proteggere i campi per sfollati”.

In agosto, settembre e ottobre, Human Rights Watch ha documentato le uccisioni di almeno 249 civili da parte di gruppi armati, nella parte centro-meridionale e sud-orientale del paese. Human Rights Watch, ha anche documentato venticinque casi di stupro nella provincia di Basse-Kotto nello stesso periodo, secondo il modus operandi sistematico dei gruppi armati.

Il combattimento attuale, ha costretto decine di migliaia di persone a fuggire dalle loro case. Dal mese di maggio, il numero totale di sfollati all’interno del paese (basato sui dati dell’ONU) è salito a 600.300 e il numero totale di rifugiati a 518.200 il più alto dalla metà del 2014 ad oggi.

Leggi l’intero articolo alla pagina https://www.hrw.org/news/2017/10/27/central-african-republic-civilians-targeted-violence-surges?utm_content=bufferc0ab8&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

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Sospettato di legami con ISIS? Violazione dei diritti sui civili e pressioni intimidatorie contro alcuni operatori umanitari.

Sospettato di legami ISIS_

Bartella – Iraq:  05 Ottobre 2017

Centinaia di migliaia di civili in Iraq, hanno sofferto terribilmente per mano dello stato islamico, noto anche come ISIS. Ora le famiglie di chi è sospettato di aver agito con il gruppo estremista, sono nel mirino delle forze irachene che, continuano a riconquistare il territorio.‎

‎Nell’ Iraq federale e nella regione del Kurdistan, le forze di sicurezza hanno il controllo diretto sui congiunti ritenuti affiliati a ISIS, (famiglie ISIS‎‎) spesso indicate dalle autorità locali e comunità come sfollate dai combattimenti. Questo è sufficiente per giustificarne la costrizione in campi e le gravi limitazioni di movimento.

‎Per essere chiari, il termine “sfollato” da una zona di combattimento, cioè non accusato di un reato, non pregiudica il diritto di tornare a casa (se in loco, non sono più in corso operazioni militari) ne di ottenere eventuali risarcimenti,  per proprietà distrutte dal conflitto.
Inoltre, gli sfollati, hanno anche il diritto di muoversi liberamente in tutto il paese o trasferirsi altrove, se preferiscono. Per legge, le autorità non possono utilizzare campi di accoglienza, come prigioni all’aperto.

Leggi l’articolo alla pagina http://www.hrw.org/news/2017/10/05/suspected-isis-ties-some-aid-workers-may-be-shying-away

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Birmania: le azioni delle forze militari locali, costituiscono crimini contro l’umanità.

Asia

(New York) – Le forze di sicurezza birmane stanno commettendo crimini contro l’umanità con azioni violente avverso la popolazione Rohingya in Birmania, ha dichiarato oggi Human Rights Watch.
Deportazioni forzate, omicidi, stupri e persecuzioni contro i musulmani Rohingya nello Stato Rakhino del nord, hanno quale conseguenza, innumerevoli morti e spostamenti di massa.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e i paesi interessati dovrebbero urgentemente imporre sanzioni mirate, oltre a un embargo sulle armi e sulle forze birmane, per fermare altri crimini contro l’umanità, ha dichiarato Human Rights Watch.
Il Consiglio di sicurezza dovrebbe chiedere che la Birmania consenta alle agenzie di aiuto di accedere alle persone in difficoltà, autorizzando l’accesso a una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite per indagare sugli abusi e garantire il ritorno sicuro e volontario degli sfollati.
Il Consiglio dovrebbe anche discutere le appropriate misure per consegnare alla giustizia i responsabili dei crimini contro l’umanità, anche prima della Corte penale internazionale .

“L’esercito birmano espelle brutalmente i Rohingya dal nord Stato Rakhine”, ha dichiarato James Ross , direttore legale e politico di Human Rights Watch; “I massacri degli abitanti del villaggio e la persecuzione di massa, che induce le persone alla fuga dalle loro case, costituiscono un crimine contro l’umanità”

Leggi l’intero articolo, alla pagina  https://www.hrw.org/news/2017/09/25/burma-military-commits-crimes-against-humanity

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ONU: indennizzare le vittime di avvelenamento da piombo in Kosovo.

KossovoUN

New York, 7 settembre 2017
Il fallimento delle Nazioni Unite, in riferimento al risarcimento per le vittime di avvelenamento da piombo, diffuso nei campi dell’Organizzazione delle Nazioni Unite in Kosovo, ha lasciato le famiglie “colpite” a lottare per curare i propri parenti rimasti sottoposti alla contaminazione, come riportato da Human Rights Watch.

Circa 8.000 persone rom, ashkali ed egiziane furono costrette a lasciare le loro case, nella città di Mitrovica dopo la guerra del Kosovo 1998-1999, e raccolte nei campi di accoglienza dell’ONU.
Il governo, allora de facto dell’ONU (Unmik), ha resettato in Kosovo circa 600 campi contaminati dal piombo, di una miniera industriale vicina.

Nel 2016, un gruppo di consulenza per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rilevato che, la missione dell’amministrazione interinale delle Nazioni Unite in Kosovo, aveva violato i diritti delle persone colpite sia nella vita quotidiana che nella salute; Dichiarò inoltre che, l’UNMIK fu allertata sui rischi per la salute (i residenti nei campi sono stati esposti a partire dal novembre 2000), ma non riuscì a trasferire in un ambiente sicuro i residenti, fino a dieci anni più tardi. Per questi motivi, il gruppo di consulenza, raccomandò di scusarsi e di pagare un indennizzo individuale.

Nonostante le raccomandazioni del gruppo per i diritti umani, le Nazioni Unite annunciarono nel Maggio 2017 che avrebbero creato solo un fondo fiduciario volontario come progetto di assistenza comunitaria, in aiuto alle comunità rom, ashkali ed egiziane.
“L’ONU dovrebbe smettere di ignorare i propri consulenti e riconoscere un’indennità alle persone che vivranno i danni e le difficoltà per tutta la vita a causa delle negligenze delle Nazioni Unite”. Così ha dichiarato Katharina Rall, ricercatore dell’ambiente per Human Rights Watch.
“Come può l’ONU aspettarsi di indurre, in modo efficace, i governi ad assumersi le proprie responsabilità in caso di abusi, se non farà per prima la cosa giusta, riguardo al danno causato alle minoranze etniche, in Kosovo”?

Leggi l’articolo in lingua inglese alla pagina
https://www.hrw.org/news/2017/09/07/un-compensate-kosovo-lead-poisoning-victims

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Le donne che amiamo

Violenza domestica in Brasile.

Domenica scorsa alle 6.30, Cláudia Zerati è stata uccisa nel suo appartamento, in un edificio con piscina, palestra e sauna a Perdizes, un quartiere di classe superiore a São Paulo. Circa 34 ore più tardi, Siria Silva Souza è stata uccisa in una baracca di legno a Jardim Ângela, un quartiere di São Paulo di squatters, senza strade asfaltate o elettricità.

Zerati era una quarantaduenne, bianca.  Souza una diciottenne nera. Zerati era un giudice. La relazione della polizia, non elenca l’occupazione di Souza. C’è anche Maria do Carmo Cândido, sessantasettenne e Celina Moura Mascarenhas Gama, trentacinquenne, avvocato. Sono state uccise anche loro a San Paolo, il lunedì.

Quattro donne uccise in due giorni da partner o ex partner. Uomini che sostenevano di amarle.

Violenza domestica in Brasile

Questi casi non sono eccezionali, come dimostrano le nostre ricerche a San Paolo e Roraima – secondo gli ultimi dati nazionali, stiamo parlando dello Stato con il più alto numero di assassini di donne in Brasile. Infatti, ci troviamo davanti un quadro di vittime uccise da uomini che, pensano al corpo di una donna come a una loro proprietà: “Sono donne di tutte le età, provenienti da ogni parte del mondo, che vivono in ogni angolo del paese”.

Vengono spesso uccise con straordinaria brutalità, con coltelli, martelli e in alcuni casi, date alle fiamme. Gli assassini, quando sono agenti di polizia tendono ad usare le loro pistole. Gli abusatori a volte, si accaniscono anche contro i membri della famiglia, gli amici delle donne o ai loro figli, quando sopravvivono.
Questi bambini, porteranno con loro l’impronta di quell’esperienza traumatica, per il resto della vita.

Quando una donna viene uccisa, quale conseguenza di una violenza domestica, nessuno è competente e alla fine tutti gli inquirenti, falliscono. È indispensabile rinviare a giudizio le persone responsabili  di tali omicidi, con prove provenienti da rilevamenti ottenuti in fase d’indagine.
E ancora: “ Avremmo potuto fare qualcosa di più, come società per prevenire quelle morti?”
La risposta è un sonoro SI.

Anche quando le donne sono in grado di presentare una denuncia, non andrebbe da nessuna parte. Un’indagine parlamentare del 2013 ha scoperto che, in alcuni Stati, solo una piccola percentuale di denunce, divengono indagini e solo un ancor minore percentuale di queste, risultano in accuse presentate contro gli abusi.
La maggior parte degli Stati non si preoccupa di fornire dati sull’inchiesta.

La nostra ricerca a Roraima, sostiene la seguente conclusione:
“Grazie a una legge legislativa del 2006, nota come legge Maria da Penha, le donne in pericolo possono ottenere un ordine di protezione, ma la maggior parte di questi ordini non sono ancora monitorati in Brasile”.

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Leggi l’intero articolo alla pagina https://www.hrw.org/news/2017/08/28/women-we-love

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